E se chiudessi con coding e dintorni?

Posted on 21 febbraio 2018

2


Chissà che dal prossimo anno scolastico non chiuda con coding e robotica. Facendo un calcolo approssimativo, in questi 4 anni, sono circa 400 i bambini che “mi sono passati per le mani” in queste sperimentazioni intra ed extra scolastiche. Anche molti adulti (genitori, docenti, bibliotecari…) sono stati introdotti “per immersione” a queste attività che tanto scandalo suscitano nei duri e puri della didattica “tradizionale”.

Volevo appropriarmene come strumenti didattici e ho raggiunto il mio scopo, cercando di utilizzarli sempre in maniera finalizzata agli obiettivi disciplinari ed educativi che mi ero proposta. Per farlo ho dovuto ingegnarmi in tutte le maniere, procurandomi autonomamente mezzi e risorse e combattendo le gabbie orarie e organizzative.

Sinceramente, l’organizzazione oraria e disciplinare su cui si fonda la scuola rende estremamente difficile un inserimento organico di queste attività nell’insegnamento curricolare, in primo luogo perché ci vuole tempo, tempo per progettare, per pensare, per esplorare, per sbagliare, per correggersi…

Una scuola che volesse realmente utilizzare queste attività nella didattica curricolare in maniera funzionale a essa, dovrebbe avere spazi e tempi flessibili che non esistono se non nella misura di sottrarli “ad altro”. Dovrebbe essere in grado di progettare i percorsi formativi con un grado di flessibilità che le stesse cadenze canoniche (orario settimanale, bimestri, quadrimestri, ecc.) ostacolano. Dovrebbe essere consapevole di quali obiettivi si perseguono attraverso il “fare” certe cose e come quelle abilità vadano poi a riverberarsi sugli apprendimenti “canonici”, senza rimanere intrappolata nell’identità disciplinare del docente.

Non si tratta di “fare qualcosa di attinente a una certa disciplina” programmando o realizzando semplici automata, ma di mobilitare le peculiarità e le conoscenze di più discipline per fare quel qualcosa che diventerà il catalizzatore di senso di apprendimenti altrimenti inerti.

Questo è il problema che ci si dovrebbe porre con tutte le metodologie didattiche “attive” che però vengono più predicate che applicate in primis proprio a causa di tempi tayloristici che hanno frammentato e irregimentato i tempi della didattica anche alla primaria, dove i cosiddetti “tempi distesi” erano un principio pedagogico fondamentale. Poi c’è la fatica fisica che comportano, il disordine creativo, la riflessione prima-durante-dopo, l’improvvisazione di fronte al problema non previsto… Tutte cose che sono diventate un lusso nella scuola dei quadri orari, dei turni nei laboratori, delle aule sovraffollate in cui è difficile anche raggruppare i banchi per i lavori di gruppo (perché le aule strafighe con i tavoli componibili senza spigoli non ce le abbiamo tutti e nell’aula laboratorio che ho ricavato quest’anno – e che il prossimo non ci sarà più – i banchi me li sono dovuti andare a prendere dal deposito, scegliendomeli tra quelli dismessi)…

Dunque esiste un problema organizzativo di fondo della scuola che si risolverà, nella più rosea delle ipotesi, con l’ufficializzazione di un’ora dedicata a questo o a quello (“sottratta” a questa o quella disciplina), con buona pace di quello che ho scritto nelle righe sopra.

Esiste però un problema più grave sullo sfondo, che potremmo individuare come IL problema principale: la mancanza di una metodologia e di obiettivi di ricerca comuni tra i docenti che, in questi anni, si sono messi in gioco in questo campo. Lungi da me, aprire il vaso di Pandora relativo al PNSD (non è questo lo scopo del post dato che di scontri apocalittici-integrati ne sono pieni i social), ma quelli che non si sono limitati all’utilizzo di piattaforme dedicate e/o di kit belli e pronti, hanno proceduto in ordine sparso e tutto quello che hanno imparato (sì, sto parlando dei docenti) si disperderà nel nulla e tutto questo lavoro sarà stato vano.

Il problema non è quello di condividere i prodotti (che, da soli, raccontano poco) e le “istruzioni” per replicarli, ma i processi che si sono attivati per realizzarli nonché gli esiti degli stessi, che però potrebbero rappresentare valori significativi solo in un lungo periodo e con rilevazioni che non si limitino ai numeri, soprattutto nell’ambito delle discipline non scientifiche.

Il problema, in sintesi, mi sembra parallelo a quello sollevato da Luigi Catalani a proposito della differenza tra Informatica Umanistica e Digital Humanities che, secondo l’autore,

non veicolano lo stesso significato. Nel primo caso il soggetto è l’informatica, in una sua declinazione semplificata e mirata per gli umanisti. Nel secondo caso il soggetto sono le discipline umanistiche, ‘costrette’ a fare i conti con metodi e strumenti dell’informatica. La categoria Digital Humanities mi pare dunque più ampia e meno definita dal punto di vista epistemologico.

Anche nel nostro caso, la questione principale non è dare in mano ai docenti uno strumento e spiegare loro quali utilizzi possono esserne fatti in una certa disciplina ma la mancanza di

uno sforzo teorico e metodologico serio di sviluppare questo settore interdisciplinare, ovvero di segnare un progresso delle discipline umanistiche per mezzo delle nuove tecnologie, dando origine a qualcosa di nuovo (nuove risorse, nuovi strumenti, nuove metodologie).

E quindi ritengo che continuare a “sperimentare”, ricominciando ogni anno senza che il sistema tenga memoria di ciò che si è fatto e senza il supporto di una reale “comunità di pratica”, sia un investimento che il singolo docente non si possa più permettere.

Per ora, queste sono le mie conclusioni. Un po’ amare ma non è negando la realtà che ci si salva da essa.

Annunci