eBookFest, selezioni e attribuzioni di significati

Posted on 18 settembre, 2010

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Non mi interessa quello che il film dice allo spettatore, bensì ciò che lo spettatore crede che il film gli dica.

A me non interessa l’effetto che il film ha sullo spettatore bensì quello che lo spettatore fa sul film, con il suo modo di organizzare i dati, con le gerarchie di importanza che egli stabilisce, con le selezioni che compie e con i significati che egli produce e attribuisce in una donazione di senso.

A. Franza

Leggendo i post che spuntano qui e lì in giro per la Rete mi rendo conto di quanti eBookFest ci siano stati…  Il che mi fa piacere perché questo era,  in un certo senso, il fine ultimo del format ma ovviamente richiede una paziente ricucitura delle diverse voci per farsene un’idea il più possibile completa.
Anche per questo (oltre che per rispondere alle numerose richieste in proposito fatteci sin dal primo giorno), documenteremo ciò che è successo, consapevoli che ciò che ne verrà fuori è lo scheletro – in un certo senso – del corpo dell’eBookFest ma che carne e sangue rimarranno legati all’esperienza di ciascuno di noi.
Dicevo, dunque, tanti eBookFest.
Provate a leggere il post di Virginia Gentilini e avrete un percorso di lettura che si srotola tra i seminari di nomi noti e le tavole rotonde dedicate all’editoria ma che non può riferire
praticamente niente sulla parte relativa agli ebook nel contesto scolastico, che pure era presente a Fosdinovo: non sono riuscita a sentire gli interventi e mi mancano troppi passaggi…

Questo mi ha ricordato un po’ i timori di Noa sul fatto che alcuni “filoni” di riflessione ne fagocitassero altri o che le esperienze delle scuole venissero prese un po’ sottogamba perché tradizionalmente destinate ad essere il “terminale della filiera” (sicuramente troveremmo concorde in proposito il simpatico vicino di tavola di Davide Mana) e non certo il luogo a cui guardare per capire l’innovazione che, a prescindere da ogni imposizione, vi si sviluppa.

Anch’io, come tutti quelli che ci sono stati, ho il “mio” eBookFest. Per motivi organizzativi ho potuto seguire poco i seminari al castello (tranne quelli di venerdì e i primi del sabato), per niente i camp e le tavole rotonde (con esclusione di quella moderata da me, per ovvi motivi). Ho vissuto invece piuttosto pienamente i cosiddetti eBookTab (brevi relazioni su esperienze, prodotti, progetti in corso) in cui non c’era alcun segno della contrapposizione (ideologica? ancora? °_°) a cui accenna Mario Rotta, confermata da Roberto Maragliano su Facebook “pur da testimone parziale perché presente solo per metà dei tre giorni”.

Ognuno ha portato le sue idee, i suoi esperimenti, il suo contributo ad una questione dalle mille sfaccettature in un confronto vivo, interessante e pieno di senso.

In una mail ricevuta oggi, due colleghe  mi scrivono

siamo ancora piene dell’atmosfera accogliente che abbiamo trovato nei due giorni trascorsi al Castello, in occasione dell’eBookFest… Sono stati due giorni ricchi di stimoli e di confronto con colleghi, docenti universitari ed editori che ci hanno arricchito non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano. Nonostante fosse per noi la prima esperienza, ci siamo sentite assolutamente a nostro agio.

Nella torre malaspiniana che ospitava i Tab ci sono state molte prime volte però tutti/e i/le debuttanti (lo scrivo con tutto l’affetto possibile) mi hanno confermato il loro sentirsi perfettamente a loro agio, nonostante  i nomi “altisonanti” (soprattutto per chi frequenta la Rete) che circolavano in giro. 🙂

C’era qualche prof universitario estraneo al ristretto giro di quelli che fanno dottrina in e sulla Rete; qualche blogger eclettico transdisciplinare per natura; docenti che portano bambini e ragazzi in mondi virtuali che qualche collega ha creato anche per loro o che costruiscono libri/percorsi a cui la LIM dà il giusto supporto (ma di cui non è certo “artefice”), producono storie e disegnano mappe, supportati da ambienti formativi de-verticalizzati; bravissimi (e pazienti 😉 ) illustratori; bibliotecari che attraverso l’editoria elettronica svolgono un importante supporto alla crescita  culturale dentro e fuori la rete, qualche accenno all’editoria digitale per l’università, le dirette da Second Life e, dulcis in fundo, artisti/formatori il cui apporto visionario (e non lo dico certo in senso negativo) avrebbe dovuto forse incuriosire un po’ di più qualche veterano della Rete.

La realtà è molto più incerta di quanto appare: i modi con cui gli esseri umani percepiscono il reale – sulla base della propria cultura e delle proprie esperienze – sono innumerevoli.

In questo progetto laboratorio l’a-reale è un campo sfumato nel quale forme, segni  e parole funzionano come ‘metafore attive’ che possono dis-velare modi di conoscere.

Se aggiungete qualche sporadico intervento più decisamente promozionale qui e lì rispetto a corsi e prodotti editoriali (non più di due-tre), avete un’idea di come ha preso vita l’eBookTab.

La sensazione – in primo luogo come docente/sperimentatrice che produce autonomamente i suoi testi liberandoli dalla linearità d’ordinanza – è stata però quella di una certa divaricazione tra ciò che fa chi innova all’interno della scuola e quello di cui si discute nelle stanze degli addetti ai lavori (i famosi protagonisti della “filiera” editoriale).

Attenzione! Non sto parlando della massa “critica” di docenti di cui tratta Maurizio Chatel e di cui mi sono occupata anch’io in maniera estemporanea. Sto parlando di quelli che manipolano, stravolgono, selezionano o inventano di sana pianta il materiale che utilizzeranno in aula e che non si accontenteranno.

Se ciò che viene loro proposto  sarà qualitativamente inferiore a ciò che già fanno (o li costringerà in percorsi più o meno obbligati che già rifuggono), i docenti che oggi possono essere inquadrati in una minoranza (forse perché si dà poco risalto alla loro esperienza al di fuori dei circuiti scolastici) continueranno a fare quello che fanno oggi: mettere da parte il libro di testo o utilizzarlo come un database essenziale per prendere qui e lì ciò che serve.

Mi sembra cioè che – al di là delle disquisizioni, talvolta un po’ eteree, sulla linearità/non linearità del testo e la reticolarità delle relazioni e delle conoscenze – il libro di testo di cui si parla continui ad essere pervicacemente agganciato al modello tradizionale in versione cartacea, così come si continuano a confondere due piani di discussione che dovrebbero rimanere ben distinti (come ho già scritto l’anno scorso): quello dell’avvento del passaggio cartaceo/digitale e quello delle discussioni relative all’opportunità di liberare i percorsi di insegnamento/apprendimento dalla dittatura della modalità simbolico-ricostruttiva.

Mi pare quasi che, alla fine, si tenda a realizzare un prodotto più adatto alla numerosa stirpe dei docenti-dinosauri che ai “piccoli mammiferi a sangue caldo più agili a adattati al nuovo ambiente”, come ha scritto Giorgio Jannis. Certo le motivazioni economiche sono sotto gli occhi di tutti (la massa a-critica degli insegnanti è un mercato che fa gola a molti, non ce lo nascondiamo) ma se ci fosse una reale concorrenza tra materiale didattico di tipo diverso ci sarebbe maggiore ricerca e attenzione per l’innovazione didattica da parte di tutte le case editrici, grandi e piccole, digitali e non.

L’obbligatorietà del libro di testo è da ridiscutere nei termini in cui ognuno deve poter scegliere tra materiali, forme e contenuti didattici che più si adeguano al proprio (e altrui) stile di insegnamento (e apprendimento). Al testo digitale non dobbiamo chiedere di fare le stesse cose che facciamo con i libri “tradizionali”, si diceva con Davide Mana. E allora se volete fare libri di testo digitali che clonano quelli esistenti, fateli!

Però non costringetemi ad adottarli.

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