Accessibilità e libri di testo (a stampa e non)

Posted on 11 aprile, 2011

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Premessa
Quello che segue è il post da cui ha preso spunto l’intervento ai convegni di Milano e Torino della settimana scorsa (qui gli abstract). Se vi avessi linkato solo la mappa (che trovate qui in formato html) forse vi sareste persi ciò che realmente ho detto al posto di quello che avevo preparato. Per la cronaca, aggiungo che il mio intervento – a Torino –  ha seguito a ruota quello di Davide Mana su tarocchi e e-learning … Non potevo chiedere nulla di meglio 🙂

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Vorrei parlare un po’ di accessibilità. E vorrei farlo semplicemente per renderne chiara la funzione fondamentale, troppo spesso dissimulata da tecnicismi per addetti ai lavori o – nella maggior parte delle volte – bellamente ignorata o banalizzata da chi crede che sia una tendenza digital-radical-chic del web o un marchietto giallo con cui si usa contrassegnare i siti per renderli “a norma di legge” (stile assicurazione automobilistica).

Proprio per amor di chiarezza, prenderò spunto dai problemi di accessibilità che esistono fuori dal web, definibili in termini di correlazione tra le condizione di salute di un individuo – che, non dimentichiamo, possono essere anche temporanee (fratture ad un arto, gravidanze problematiche, ecc.) – e le caratteristiche sfavorevoli di un ambiente in cui vive, lavora, studia e così via. Questi problemi possono essere immediatamente evidenti ma anche essere sistematicamente ignorati perché “invisibili agli occhi”.

L’importanza di questa nuova definizione di disabilità (di cui avevo già parlato in questo post) nasce proprio dal porre l’attenzione a tutto ciò che può e deve essere modificato attorno al soggetto invece che esclusivamente su ciò che va modificato del soggetto, perché si adatti al meglio all’ambiente in cui si trova ad agire.

Partiamo allora da qui e prendiamo ad esempio una scuola, domandandoci in che misura può essere identificata come contesto organizzativo predisposto all’apprendimento “per tutti”. Poniamoci dunque quello che potremmo definire un problema di design for all.

L’accessibilità di un edificio scolastico implica in primo luogo l’eliminazione di quelle barriere architettoniche che impediscono di fruire pienamente ed adeguatamente dei suoi spazi e delle sue strutture da parte di chi ha disabilità di tipo sensoriale o motorio. Pensare però che un edificio perfettamente a norma da questo punto di vista (il che sarebbe già una fortuna!) renda automaticamente una scuola accessibile, significa però fermarsi a ciò che si vede.

Gli spazi di una scuola accessibile dovrebbero essere contrassegnati con pittogrammi che rappresentino la funzione dello spazio in questione (bagno, mensa, biblioteca e via dicendo) e privi magari di quella luce al neon tanto diffusa nelle nostre scuole quanto potenzialmente deleteria per i soggetti fotosensibili a vario titolo (autistici, epilettici, persone con problemi di vista di diversa origine e gravità o che soffrono di cefalea).

Continuando poi questa nostra ideale esplorazione della scuola accessibile, scopriamo che le aule dovrebbero poter essere riorganizzate in maniera adeguata ad accogliere chi ha difficoltà di concentrazione, riducendo al minimo gli elementi distraenti – inclusi quelli a cui non penseremmo (tipo le tendine della finestra che svolazzano) – ma anche evitando un numero eccessivo di alunni in spazi angusti.

E se anche tutto questo venisse pensato, basterebbe? Ebbene no 🙂 perché non abbiamo ancora considerato la pietra angolare dell’organizzazione scolastica tradizionale: il libro di testo.

In tutto questo parlare di zainetti leggeri e di risparmio delle famiglie c’è un silenzio stridente attorno al problema dell’accessibilità dei libri di testo digitali (di qualsiasi foggia essi siano) e alla loro importanza per l’integrazione scolastica. Come mai? Perché nessuno si è mai preoccupato che gli studenti con difficoltà di apprendimento (di qualsiasi natura) siano gli unici a non poter usufruire pienamente o per nulla dei libri di testo.

Se hanno l’insegnante di sostegno è a questo/a che tocca il compito di adattare, sintetizzare o recuperare materiale alternativo per lo studio; se non ce l’hanno perché – ad esempio – sono dislessici, allora – in mancanza di docenti sensibili al problema – toccherà a loro e alle loro famiglie arrangiarsi in qualche maniera.

Dunque, c’è una categoria di studenti che – avendo delle disabilità di tipo cognitivo e non sensoriale – non ha diritto ad un libro di testo ma nessuno si lamenta o – che è peggio – se ne rende conto.

Personalmente credo che l’epoca dei libri di testo così come li abbiamo conosciuti sia finita. E lo dico – in quanto docente – senza alcun rimpianto: il declino di questo sussidio didattico è cominciato ben prima che si cominciasse a parlare di ebook ed è figlio dell’adozione obbligatoria di testi spesso arraffazzonati e qualitativamente sempre più lacunosi (tutte le riforme epocali susseguitesi a ogni cambio di governo hanno lasciato il loro segno soprattutto ìn questo senso).

E’ importante sottolineare che la qualità di un testo scolastico (che, come ho già avuto occasione di sostenere, non è un testo “qualsiasi”) non è legata esclusivamente ai suoi contenuti ma anche all’accuratezza dell’impostazione grafica, dell’individuazione/evidenziazione di quegli elementi (titoli, paragrafi, parole chiave) che forniscono le prime informazioni sul testo “a colpo d’occhio”, della maniera in cui vengono proposte le attività di consolidamento e verifica, dalla validità dell’interazione testo-immagine.

Per chi ha modalità divergenti di apprendere, il testo dedicato a normodotati/neurotipici viene normalmente smontato e ricostruito in maniera adeguata a chi lo deve utilizzare. Un testo liquido, facilmente integrabile con una pluralità di codici, facilmente semplificabile tramite criteri di scrittura controllata, distribuibile nello spazio così come lo è in una mappa, credo sia il minimo a cui dobbiamo puntare per cominciare a realizzare ambienti di apprendimento accessibili anche dal punto di vista cognitivo. E’ chiedere troppo?

Update: questo post ha preso spunto dalla riflessione di Livio Mondini che sottolinea come le tecnologie assistive utilizzate da ipovedenti e non vedenti per funzionare devono permettere “di ricostruire in modo elettronico le informazioni semantiche che il nostro occhio rileva immediatamente e che il nostro cervello elabora in base a un modello visivo consolidato permettendoci di riconoscere ‘a colpo d’occhio’ gli elementi che costituiscono il corpo di un documento, ovvero il testo normale, titoli, immagini, tabelle, elenchi puntati e numerati, e così via. Tutto questo avviene indipendentemente dal contenuto di questi elementi, la semplice rappresentazione grafica codificata ci permette l’identificazione dell’intento semantico di quel particolare elemento informativo.”

La trovo un’importante definizione di accessibilità.

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